Counseling Aziendale e Intelligenza Emotiva: Il Primo Passo

La pratica del Counseling, oggi, abbraccia molti settori riguardanti la relazione d’aiuto attraverso un tipo di intervento non direttivo, volto a sviluppare nel soggetto un determinato grado di autonomia e responsabilizzazione. Specificatamente ha una funzione di sostegno e individuazione di condizioni affinché la persona possa trovare da sola la soluzione al suo “problema”, partendo dal riconoscere cosa prova in determinate situazioni, quali sono le sensazioni che emergono a livello corporeo (che colore hanno, che forma hanno, che peso hanno, che suono fanno, ecc.) e dove sono localizzate nel corpo, per poi focalizzarsi sui pensieri che scorrono nella propria mente (approccio olistico, mirato a ricreare la connessione fra corpo e mente).

Questo processo è imprescindibile nell’innescare poi un meccanismo di consapevolizzazione del “qui e ora” e di scoperta creativa di possibili vie d’uscita dall’impasse emotiva. Perché di impasse emotiva si tratta, sempre, anche se stiamo operando come Counselor in azienda, un ambito lavorativo in cui può ancora esistere la credenza che la “tecnica” sia condizione unica e sufficiente a svolgere al meglio la propria attività professionale. Pensate ad affermazioni tipo “cosa c’entrano le emozioni nel lavoro?, “bisogna essere professionali, qui, le emozioni lasciamole a casa!”, “mi hanno insegnato a mostrarmi freddo e a focalizzarmi sull’obiettivo da raggiungere, in qualunque modo”, credo che molti  altri esempi simili possano riecheggiare dalla nostra memoria. Trattare in maniera esauriente di emozioni e sentimenti implicherebbe una lunga dissertazione, qui vorrei focalizzarmi sul primo passo fondamentale da compiere per innescare il processo virtuoso di gestione delle emozioni: accettare tutte le emozioni, anche quelle che cognitivamente definiamo “negative” e che costituiscono la nostra “Ombra”. Riporto le parole di Carl Gustav Jung in merito:

«Con Ombra intendo la parte “negativa” della personalità, la somma cioè delle qualità svantaggiose che sono tenute possibilmente nascostee anche la somma delle funzioni difettosamente sviluppate e dei contenuti dell’inconscio personale»¹

Potremmo definire, semplificando, l’Ombra come il nostro Lato Oscuro (provate a pensare alla bellissima trilogia di George Lucas “Guerre Stellari” e al famosissimo “lato oscuro della forza”), cioè qualsiasi cosa (emozione, pensiero, sentimento, giudizio, credenza) che eliminiamo dalla mente conscia, ma che si attiva nell’inconscio e ci segue, appunto, come un’ombra. E’ il contenitore delle nostre emozioni represse e sappiamo che tutto ciò che reprimiamo in noi ci comanda perché non riusciamo ad accettarlo e quindi a vederne il valore positivo: la rabbia è energia, è difesa dei propri diritti e di quelli degli altri, la tristezza permette di allontanarci da qualcosa o qualcuno scaricando lo stress, per poter rigenerarci e ripartire, ecc.

Per capire quali emozioni e comportamenti rifiutiamo possiamo farci aiutare dagli “altri”, quelli che “non sopportiamo”, che fanno o dicono qualcosa che veramente ci  innervosisce: ma come posso farmi aiutare da qualcuno che vorrei eliminare dalla mia sfera relazionale? Riconoscendo che la responsabilità delle nostre emozioni è solo nostra, l’altro ci fa semplicemente da trigger, ci innesca, ma questo può succedere solo perché esiste una nostra causa interna da riconoscere accogliere, elaborare, per poter veramente sviluppare la nostra intelligenza emotiva. Quindi accettiamo quello che stiamo provando, chiediamoci cosa c’è nell’altro che mi ricorda situazioni e sentimenti
“negativi”, torniamo indietro nella nostra memoria, riviviamo situazioni dolorose, e comprendiamo profondamente che ora possiamo fare di meglio, che abbiamo le risorse per poter integrare la nostra Ombra, ringraziandola di ciò che ci ha mostrato, ampliando la nostra capacità di percezione delle nostre emozioni e di com-passione verso l’altro.

Questo significa accettare ciò che sentiamo, per sviluppare la nostra capacità di osservazione e riflessione e attivare nuove risorse emotive, cognitive e comportamentali tali da permetterci di essere veri professionisti della relazione comunicativa, empatici, assertivi, competenti nello stare in gruppo e nel guidare un gruppo, leader di se stessi, prima che di altri, in azienda e in altri contesti di vita.

Fabiana Boccola

¹ Jung C.G. (1943), Psicologia dell’inconscio, tr. it. in. Opere, Vol VII°, Boringhieri, Torino 1983.

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